Una caratteristica del moderno fare architettura a Como è recentemente emersa come particolarmente
significativa: quella del fare gruppo. Se nelle indagini “storiche” sul Razionalismo
comasco si era posta l’attenzione sull’emergere delle singole – grandi – personalità, da un certo
momento in avanti si è centrata l’attenzione sulla rete di relazioni che tutti i progettisti intrecciavano,
in una serie di raggruppamenti sempre diversi e – a volte – addirittura irrituali
(architetti e ingegneri, certo, ma anche pittori e scultori, e filosofi e poi “amici” a diverso titolo).
Con questa nuova pubblicazione e con la mostra che l’accompagna, alle relazioni orizzontali
si aggiungono quelle verticali; anche questa è una caratteristica che nello svolgimento storico
del secolo passato, che per la cultura comasca è stato tutt’altro che “breve”, assume un ruolo
del tutto particolare. Molti degli studi professionali protagonisti di questa stagione conoscono
più generazioni: è il caso dello studio Terragni, ormai giunto, dopo il passaggio dall’architetto
Giuseppe al fratello ingegnere Attilio, alla terza generazione; è il caso di quello dei Ponci, passato
dal fratello maggiore Piero al minore Carlo, e poi a una generazione successiva; è il caso
dei Giussani, per cui all’ingegnere Antonio, protagonista del passaggio dall’Otto al Novecento,
succede Gabriele; è il caso – con tutta evidenza – anche dei Mantero, di cui questo volume
indaga la vicenda professionale lungo un arco che sfiora i cent’anni.
Nella scelta delle architetture da proporre all’attenzione di chi legge – scelta operata a partire da
un repertorio di progetti e realizzazioni assai vasto – si è posta particolare attenzione a sottolineare
il valore di testimonianza del tempo e, quindi, la significativa evoluzione da un progettista
all’altro; contemporaneamente si avverte la maturazione professionale nell’alveo del continuo
mutare delle condizioni storiche e, insieme, il ritornare, con nuova sensibilità, a certi temi e
addirittura a certi specifici edifici. Gli interventi sulla sede della Canottieri Lario o sullo Stadio
Sinigaglia, per esempio, rappresentano un impegno pluridecennale condotto con modalità diversificate,
ma con identico impegno; viceversa, alcuni progetti condotti insieme svolgono quasi
il ruolo di testimone trasferito dalle mani dell’uno a quelle dell’altro.
Gianni ed Enrico Mantero non sono solo padre e figlio, ma sinceri e profondi interpreti del
mutare delle condizioni del fare architettura e del persistere di ben individuati modelli professionali.
Le relazioni di gruppo (“orizzontali”) e quelle di generazione (“verticali”) sono gli ideali assi
cartesiani che forniscono il sistema di riferimento a una lunga stagione in cui Como e il suo
territorio hanno davvero contribuito a fare la storia dell’architettura: basta porre attenzione ai
progetti scelti per rendersi conto che non ci si può limitare all’ormai celebrato Razionalismo.
Rubando una nota definizione ad Alberto Sartoris, si può davvero parlare di “ordre e climat”
lariani e, esattamente come egli ha insegnato, non fermarsi ai fatidici anni tra le due guerre.
L’omaggio a Gianni ed Enrico Mantero è, in realtà, un omaggio a un’intera città e alla sua storia
recente.

[FABIO CANI da MANTERO. CENTO ANNI DI ARCHITETTURA]