Gianni Mantero sul tetto del Duomo

[JESSICA ANAIS SAVOIA da MANTERO. CENTO ANNI DI ARCHITETTURA]

Rinvenire la storia della tua città e delle persone che l’hanno costruita, studiata, voluta, passando
attraverso la documentazione autentica di un archivio ancor oggi da scoprire è stato, ed è
tuttora, un incombente, quanto gratificante, lavoro, attraverso il quale si ritrova il piacere della
scoperta, della conoscenza, della storia stessa. Perché cominciare a metter mano su un archivio
da anni chiuso, dovendo ordinare incartamenti e fotografi e, è come aprire un pacco regalo ricevuto
da uno sconosciuto; leggere tra gli appunti di quaderni ordinati, riempiti dalla bella calligrafi
a che ritroviamo ancora a completamento dei disegni, con quote, numeri e titoli, è come
spiare qualcuno dalla serratura, nei suoi segreti più intimi e più veri. Nella mole considerevole
di disegni impeccabili, tra linee nere come la china che le ha tracciate e conservate sino ad oggi
su lucidi ormai fragili e croccanti che rivelano i loro anni, quasi cento, su fogli ingialliti dal passare
delle stagioni, autentici nel loro essere unici, ho ritrovato l’anima di un uomo che ha vissuto
l’importante passaggio storico da un secolo all’altro. Un uomo che ha vissuto e combattuto due
guerre mondiali, che ha lavorato nella città di Terragni senza esimersi dal mettersi alla prova,
confrontandosi con il Movimento Moderno Europeo e con il Razionalismo Comasco. Questo
perché per raccontare il recente passato di cui fanno parte la storia, gli ideali, gli studi e le passioni
di un architetto amato come lo è stato, e lo è ancora, Enrico Mantero, non potevamo che
cominciare dalle sue radici, ben ancorate in suo padre, l’ingegnere Gianni, colui che Luciano
Caramel descriveva nel 1989 in Il Razionalismo lariano. Como 1926-1944, come il personaggio
atipico e non allineato del gruppo razionalista comasco. Sì, perché in un’epoca in cui l’identità
del singolo doveva venire meno a favore del progetto collettivo della nuova architettura, quella
funzionale e razionalista capitanata da Giuseppe Terragni, l’architettura di Gianni Mantero
viene ricordata come “la nota più decorativa” dallo stesso Carlo Ponci, parlando ad esempio del
carattere impresso all’arredamento della Sartoria Moderna allestita alla IV Mostra Internazionale
delle Arti Decorative a Monza, nel 1930. Lui che laureatosi in ingegneria civile nel 1921,
dopo un biennio all’Accademia di Belle Arti di Brera per divenire architetto-ingegnere prima
della Grande Guerra, esordirà con il progetto dell’azienda tessile di famiglia in via Volta, ancor
oggi apprezzabile esempio di stile lombardo con ricchi decori per le facciate. Da qui il palazzo
storicistico Barazzoni, di via Garibaldi, del 1926, di cui verranno esposte un numero considerevole
di tavole originali che raccontano l’amore e la precisione con cui qualsiasi elemento veniva
studiato e disegnato, dal soffitto a cassettoni, alla pavimentazione, sino ai lampioni delle scale,
oltre agli arredi, le finestre e agli elementi meccanici che le componevano. Seguirà Palazzo Mantovani,
il cui aspetto funzionale soccombe a quello decorativo off rendo alla nostra città il primo
centro commerciale con l’introduzione di una galleria aperta con doppia esposizione interna
al piano terreno, anticipando la concezione di architettura per il commercio messa in opera da
Giuseppe Terragni nel vicino negozio Vitrum di piazza Duomo. La modernità del progetto del
Mantovani preparerà l’ingegnere alle due sfide più importanti: la progettazione della Canottieri
Lario (1930-1931) e dell’Opera Nazionale Balilla (1933-1936) sull’impianto preesistente dello
Stadium di Giovanni Greppi (del 1925-1927), di cui manterrà la conformazione lunga e stretta.
Nel primo caso l’idea del progetto sarà quella di legare anche idealmente gli atleti alle acque del
Lario, come ricorda Luigi Cavadini nel volume sopra citato, off rendo loro una novità assoluta
per l’Italia, data dal bacino d’istruzione e allenamento al coperto grazie all’innovativa vasca di
voga. Tutt’intorno un’architettura unica nella sua bellezza, arricchita allora dai complementi
d’arredo interamente disegnati da Mantero stesso, per quella grande sala a cui fa da sfondo
l’aff resco di Arturo Songa. Nel secondo caso verrà progettata l’opera sportiva con il portale tripartito
in marmo, di cui è conservato un numero considerevole di tavole, documenti, schizzi e
disegni, comprendenti la parte della piscina con il trampolino a due piani, l’allora palestra e sala per la scherma, nonché gli uffici dell’ONB. Non furono gli unici impianti dedicati allo sport e
ai servizi progettati da Gianni Mantero, ma come in ogni progetto espositivo occorre fare delle
scelte legate alla storia narrata e agli spazi che la ospiteranno.
Per cercare di raccontare quasi cento anni di architettura, nonché la storia professionale e le
contaminazioni culturali tra un padre e un figlio, abbiamo indirizzato le nostre scelte, insieme
all’architetto Davide Mantero in prima istanza, e poi con il comitato scientifico composto da
professionisti comaschi e docenti del Politecnico di Milano, verso progetti significativi non solo
per stile o modernità, ma anche per essere stati rimaneggiati, completati o aggiornati negli anni,
da Enrico Mantero, in una sorta di eredità intellettuale e progettuale. Tra questi, per la tipologia
delle residenze borghesi urbane, seppur di modeste dimensioni, è stato scelto il progetto di Villa
Pirovano, villa che venne appunto ristrutturata da Enrico verso la metà degli anni Novanta,
come successe per il Mantovani, lo Stadio e la Canottieri. Dopo il progetto della Casa dell’Artista
sul Lago proposta alla V Triennale di Milano nel 1933 con il gruppo razionalista comasco,
e dopo la seconda guerra mondiale, Gianni Mantero seguirà un tema molto forte all’interno
della progettazione architettonica quale il completamento di un isolato, con il tema dell’angolo
e il fattore volumetrico. Qui abbiamo portato l’esempio dell’imponente edificio che salda viale
Masia con via Recchi, costruito tra il 1961 e il 1965, in cui, all’ultimo piano, l’ingegnere ebbe
la sua residenza per una decina d’anni. In questi anni Enrico Mantero si laurea in Architettura
presso il Politecnico di Milano, facoltà che lo vedrà insegnante e direttore del Dipartimento di
Progettazione sino agli ultimi giorni della sua vita. Sono anche gli anni in cui comincia a praticare
la professione, non nello stesso Studio del padre però, per volere proprio di Gianni, ma in
continuo confronto e stimolo con lui. Molti sono i progetti che vennero svolti da entrambi gli
Studi, ma quasi nella totalità dei casi Gianni sceglieva il progetto del figlio, convinto che la sua
architettura avesse fatto il suo corso, e che quel presente necessitasse di idee nuove. A testimonianza
di queste vicende verranno presentati al pubblico due progetti di estrema modernità: il
Park Hotel di Como (1960-1965) di cui fu Enrico Mantero a eseguire il progetto esecutivo, e la
Scuola media, oggi anche elementare, di Albate, di cui si metteranno a confronto i due progetti
inizialmente in concorso. Una storia analoga si può raccontare per le Scuole materna ed elementare
di Olgiate Comasco, due edifici interessanti sotto l’aspetto della didattica, soprattutto per
le aule del secondo edificio, strutturate su due livelli per consentire all’insegnante di svolgere nel
medesimo spazio attività didattiche e di laboratorio. Il tema della puerizia, come quello della
terza età, qui ricordato con il progetto per la casa di riposo a Rebbio – Ca’ d’Industria –, sarà
caro a Enrico Mantero per molti anni. Numerosi sono infatti gli edifici progettati dall’architetto
nella provincia di Como, ma anche di Lecco e di Milano, che necessiteranno di essere trattati
nella loro complessità in separata sede. Qui riportiamo solo un ultimo progetto, del 1983, che
vedrà nascere la Scuola media e successivamente anche la palestra di Lipomo, in cui Enrico
Mantero si confronterà con l’orografia del terreno in una progettazione organica quasi alla
Frank Lloyd Wright, in un altissimo livello compositivo che raggiunge i suoi massimi livelli nel
progetto di Casa sul Bosforo a Instanbul, dalla cui pianta si evince un grande vuoto, dentro al
quale si affacciano tutti gli ambienti interni. Un ennesimo omaggio al funzionalismo di quel
Movimento Moderno di cui è stato un infaticabile studioso.[FABIO CANI da MANTERO. CENTO ANNI DI ARCHITETTURA]Rinvenire la storia della tua città e delle persone che l’hanno costruita, studiata, voluta, passando
attraverso la documentazione autentica di un archivio ancor oggi da scoprire è stato, ed è
tuttora, un incombente, quanto gratificante, lavoro, attraverso il quale si ritrova il piacere della
scoperta, della conoscenza, della storia stessa. Perché cominciare a metter mano su un archivio
da anni chiuso, dovendo ordinare incartamenti e fotografi e, è come aprire un pacco regalo ricevuto
da uno sconosciuto; leggere tra gli appunti di quaderni ordinati, riempiti dalla bella calligrafi
a che ritroviamo ancora a completamento dei disegni, con quote, numeri e titoli, è come
spiare qualcuno dalla serratura, nei suoi segreti più intimi e più veri. Nella mole considerevole
di disegni impeccabili, tra linee nere come la china che le ha tracciate e conservate sino ad oggi
su lucidi ormai fragili e croccanti che rivelano i loro anni, quasi cento, su fogli ingialliti dal passare
delle stagioni, autentici nel loro essere unici, ho ritrovato l’anima di un uomo che ha vissuto
l’importante passaggio storico da un secolo all’altro. Un uomo che ha vissuto e combattuto due
guerre mondiali, che ha lavorato nella città di Terragni senza esimersi dal mettersi alla prova,
confrontandosi con il Movimento Moderno Europeo e con il Razionalismo Comasco. Questo
perché per raccontare il recente passato di cui fanno parte la storia, gli ideali, gli studi e le passioni
di un architetto amato come lo è stato, e lo è ancora, Enrico Mantero, non potevamo che
cominciare dalle sue radici, ben ancorate in suo padre, l’ingegnere Gianni, colui che Luciano
Caramel descriveva nel 1989 in Il Razionalismo lariano. Como 1926-1944, come il personaggio
atipico e non allineato del gruppo razionalista comasco. Sì, perché in un’epoca in cui l’identità
del singolo doveva venire meno a favore del progetto collettivo della nuova architettura, quella
funzionale e razionalista capitanata da Giuseppe Terragni, l’architettura di Gianni Mantero
viene ricordata come “la nota più decorativa” dallo stesso Carlo Ponci, parlando ad esempio del
carattere impresso all’arredamento della Sartoria Moderna allestita alla IV Mostra Internazionale
delle Arti Decorative a Monza, nel 1930. Lui che laureatosi in ingegneria civile nel 1921,
dopo un biennio all’Accademia di Belle Arti di Brera per divenire architetto-ingegnere prima
della Grande Guerra, esordirà con il progetto dell’azienda tessile di famiglia in via Volta, ancor
oggi apprezzabile esempio di stile lombardo con ricchi decori per le facciate. Da qui il palazzo
storicistico Barazzoni, di via Garibaldi, del 1926, di cui verranno esposte un numero considerevole
di tavole originali che raccontano l’amore e la precisione con cui qualsiasi elemento veniva
studiato e disegnato, dal soffitto a cassettoni, alla pavimentazione, sino ai lampioni delle scale,
oltre agli arredi, le finestre e agli elementi meccanici che le componevano. Seguirà Palazzo Mantovani,
il cui aspetto funzionale soccombe a quello decorativo off rendo alla nostra città il primo
centro commerciale con l’introduzione di una galleria aperta con doppia esposizione interna
al piano terreno, anticipando la concezione di architettura per il commercio messa in opera da
Giuseppe Terragni nel vicino negozio Vitrum di piazza Duomo. La modernità del progetto del
Mantovani preparerà l’ingegnere alle due sfide più importanti: la progettazione della Canottieri
Lario (1930-1931) e dell’Opera Nazionale Balilla (1933-1936) sull’impianto preesistente dello
Stadium di Giovanni Greppi (del 1925-1927), di cui manterrà la conformazione lunga e stretta.
Nel primo caso l’idea del progetto sarà quella di legare anche idealmente gli atleti alle acque del
Lario, come ricorda Luigi Cavadini nel volume sopra citato, off rendo loro una novità assoluta
per l’Italia, data dal bacino d’istruzione e allenamento al coperto grazie all’innovativa vasca di
voga. Tutt’intorno un’architettura unica nella sua bellezza, arricchita allora dai complementi
d’arredo interamente disegnati da Mantero stesso, per quella grande sala a cui fa da sfondo
l’aff resco di Arturo Songa. Nel secondo caso verrà progettata l’opera sportiva con il portale tripartito
in marmo, di cui è conservato un numero considerevole di tavole, documenti, schizzi e
disegni, comprendenti la parte della piscina con il trampolino a due piani, l’allora palestra e sala per la scherma, nonché gli uffici dell’ONB. Non furono gli unici impianti dedicati allo sport e
ai servizi progettati da Gianni Mantero, ma come in ogni progetto espositivo occorre fare delle
scelte legate alla storia narrata e agli spazi che la ospiteranno.
Per cercare di raccontare quasi cento anni di architettura, nonché la storia professionale e le
contaminazioni culturali tra un padre e un figlio, abbiamo indirizzato le nostre scelte, insieme
all’architetto Davide Mantero in prima istanza, e poi con il comitato scientifico composto da
professionisti comaschi e docenti del Politecnico di Milano, verso progetti significativi non solo
per stile o modernità, ma anche per essere stati rimaneggiati, completati o aggiornati negli anni,
da Enrico Mantero, in una sorta di eredità intellettuale e progettuale. Tra questi, per la tipologia
delle residenze borghesi urbane, seppur di modeste dimensioni, è stato scelto il progetto di Villa
Pirovano, villa che venne appunto ristrutturata da Enrico verso la metà degli anni Novanta,
come successe per il Mantovani, lo Stadio e la Canottieri. Dopo il progetto della Casa dell’Artista
sul Lago proposta alla V Triennale di Milano nel 1933 con il gruppo razionalista comasco,
e dopo la seconda guerra mondiale, Gianni Mantero seguirà un tema molto forte all’interno
della progettazione architettonica quale il completamento di un isolato, con il tema dell’angolo
e il fattore volumetrico. Qui abbiamo portato l’esempio dell’imponente edificio che salda viale
Masia con via Recchi, costruito tra il 1961 e il 1965, in cui, all’ultimo piano, l’ingegnere ebbe
la sua residenza per una decina d’anni. In questi anni Enrico Mantero si laurea in Architettura
presso il Politecnico di Milano, facoltà che lo vedrà insegnante e direttore del Dipartimento di
Progettazione sino agli ultimi giorni della sua vita. Sono anche gli anni in cui comincia a praticare
la professione, non nello stesso Studio del padre però, per volere proprio di Gianni, ma in
continuo confronto e stimolo con lui. Molti sono i progetti che vennero svolti da entrambi gli
Studi, ma quasi nella totalità dei casi Gianni sceglieva il progetto del figlio, convinto che la sua
architettura avesse fatto il suo corso, e che quel presente necessitasse di idee nuove. A testimonianza
di queste vicende verranno presentati al pubblico due progetti di estrema modernità: il
Park Hotel di Como (1960-1965) di cui fu Enrico Mantero a eseguire il progetto esecutivo, e la
Scuola media, oggi anche elementare, di Albate, di cui si metteranno a confronto i due progetti
inizialmente in concorso. Una storia analoga si può raccontare per le Scuole materna ed elementare
di Olgiate Comasco, due edifici interessanti sotto l’aspetto della didattica, soprattutto per
le aule del secondo edificio, strutturate su due livelli per consentire all’insegnante di svolgere nel
medesimo spazio attività didattiche e di laboratorio. Il tema della puerizia, come quello della
terza età, qui ricordato con il progetto per la casa di riposo a Rebbio – Ca’ d’Industria –, sarà
caro a Enrico Mantero per molti anni. Numerosi sono infatti gli edifici progettati dall’architetto
nella provincia di Como, ma anche di Lecco e di Milano, che necessiteranno di essere trattati
nella loro complessità in separata sede. Qui riportiamo solo un ultimo progetto, del 1983, che
vedrà nascere la Scuola media e successivamente anche la palestra di Lipomo, in cui Enrico
Mantero si confronterà con l’orografia del terreno in una progettazione organica quasi alla
Frank Lloyd Wright, in un altissimo livello compositivo che raggiunge i suoi massimi livelli nel
progetto di Casa sul Bosforo a Instanbul, dalla cui pianta si evince un grande vuoto, dentro al
quale si affacciano tutti gli ambienti interni. Un ennesimo omaggio al funzionalismo di quel
Movimento Moderno di cui è stato un infaticabile studioso.